schermata 2026-01-01 alle 11.02.51

storiediorsetti 2025

Sede

Via XXIV Maggio 119

20099 Sesto San Giovanni
Milano

 

Contact
lia.courrier@gmail.com

Il costo del cibo nella ristorazione vegana

2026-10-06 17:07

Lia Courrier

Vegan Life,

Il costo del cibo nella ristorazione vegana

Riflessioni sulla sostenibilità monetaria del cibo vegano somministrato nelle rivendite e nei ristoranti.

PREMESSA
Da qualche tempo rifletto e ragiono sulla mia scelta antispecista, sul percorso di consapevolezza che mi ha portata fino a qui e che - spero - mi guiderà ancora nel tempo verso un futuro personale ancora più sostenibile e rispettoso di ogni forma di vita e dell’ambiente.
Non sono vegana dalla nascita, anzi, essendo siciliana mi sono ritrovata in un contesto culturale dove il cibo è il centro attorno a cui ruotano le relazioni sociali e familiari, nel mio caso un magnete ancora più attraente, poiché sono figlia di quella generazione che ha vissuto il secondo dopoguerra, affetta da quella che io chiamo la “sindrome da frigo vuoto”. La grande fame provata in quegli anni prima del boom economico, specialmente in Sicilia dove la povertà feroce di quegli anni ha creato nei sopravvissuti traumi e ferite emotive, ha reso il consumo abbondante di carne sinonimo di benessere e salute, nonché di ritrovate risorse economiche che salutano con gioia una pancia prominente.
Tuttavia avevo i conati di vomito (letteralmente) quando venivo obbligata a ingurgitare certe pietanze della tradizione, dall’aspetto e odore talmente nauseante che il mio intero corpo le rifiutava. Eroda tutti considerata una bambina capricciosa e viziata riguardo al cibo, ma per me era molto difficile mettere in bocca quegli orrori, anche se non ero ancora consapevole del perché, i bambini seguono solo il proprio istinto.
Non appena è stato possibile, sono passata ad un regime alimentare vegetariano e solo molti anni dopo ho sviluppato una consapevolezza riguardo la scelta antispecista, che comporta un’attenzione alla scelta di ogni acquisto, non solo quello alimentare, un’etica sociale e dell’ambiente che guidano ogni gesto, con l’obiettivo di minimizzare il più possibile l’impatto con il pianeta. Solo allora sono riuscita a fare una transizione verso scelte più radicali e aderenti ai miei valori, con gioia e senza alcuno sforzo o senso di sacrificio.

Posso dire di avere oggi le idee molto più chiare rispetto a qualche decennio fa, mi sono adeguatamente informata e formata, ho compreso che non sono vegana per la mia salute, motivazione troppo egocentrica, la stessa che spesso porta molte persone ad abbandonare nel tempo questo stile di vita perché, questa è la mia opinione, manca una base forte, dei valori che riguardano qualcosa di più grande rispetto al proprio personale interesse. Non sono neanche vegana perché amo gli animali, a dire il vero, perché anche questo approccio risponderebbe alle mie preferenze personali. La vera motivazione per cui ho abbracciato questa scelta da tanti anni, è una sola: rispetto per la vita. Questo non vuol dire che io non ami gli animali, anzi, sto molto meglio in loro compagnia che con la stragrande maggioranza dei miei simili (presenti esclusi, ovvio); ciò che intendo è che il rispetto per la vita e nei confronti di ogni creatura è un movimento che scorre al di sopra delle dualità cui siamo tutti soggetti, della danza di attrazione e repulsione, si parla di accedere ad un’intelligenza che volge il suo sguardo al quadro più grande che non guarda solo al proprio, personale piccolo campo. 
In quanto essere umano, posso provare amore per alcuni animali e meno per altri, come ad esempio i grandi insetti o i serpenti, che mi affascinano, ma che spero sempre di non incontrare quando sono in natura perché non mi sento a mio agio e in alcuni casi provo per loro repulsione. Non amo neanche le zanzare, queste piccole e diaboliche stronze sanguinarie che mi lasciano ogni estate come San Sebastiano trafitto dalle frecce, senza più un globulo rosso nel corpo. Questo non vuol dire che la mia mancanza di empatia nei loro confronti possa giustificare qualsiasi atto di violenza a loro danno, e vi assicuro che nel caso delle zanzare è davvero difficile mantenere equanimità. Ultimamente sto sperimentando una comunicazione telepatica, chiedendo loro di lasciarmi in pace affinché non sia costretta a compiere il gesto estremo per legittima difesa.
Vi saprò dire se funziona.

In caso metterò un bel trade mark accanto ad una nuova disciplina: Yoga antizanzara.
E qui parte il business.

Esattamente come qualsiasi persona onnivora può provare amore per il proprio animale domestico e zero empatia per un maiale o una mucca, il che riporta a questa dissociazione interna per cui amano un animale ma ne mangiano un altro; anche io posso rimanere affascinata davanti ad alcune creature ma provare anche ribrezzo verso altre. È facile confondere il sentimento di tenerezza che possiamo provare per soffice cucciolo di gatto, con quel generico “io amo gli animali” che salva sempre la coscienza solo a pronunciarlo. Bisogna guardare sempre dentro alle parole che ripetiamo come automatismo, per vedere se rappresentano davvero il nostro pensiero e le nostre azioni oppure se si tratta di programmi mentali che sono stati installati nel nostro campo psichico, in altre parole: condizionamenti.
La scelta antispecista sorge dalla stanza segreta del cuore e a volte, come è accaduto a me, si impone come un istinto prima di affiorare sulla superficie della consapevolezza. Si tratta di un percorso lungo e profondo, che ci porta a guardarci dentro per osservare tutte le ombre e gli angoli ciechi, individuare i corto circuito culturali che ogni mente condizionata custodisce in modo del tutto inconsapevole.

Per quelli che stanno pensando “ma anche le piante hanno….”
Sì, sono d’accordo, anche le piante sono creature viventi e vanno rispettate, questo è un tema a me molto caro, in parte ne ho parlato anche qui sul blog in questo articolo. Quello che posso dire brevemente, è che certamente le monocolture intensive non stanno facendo bene alla terra. Questa pratica incide sulla qualità del cibo che arriva sulle nostre tavole e anche, di conseguenza, sulla nostra salute.

IL FATTO
L’altro giorno sono passata vicino ad una pasticceria di Milano situata in una zona popolare, che era già in parte vegan, ma che solo da poche settimane ha fatto la scelta di offrire prodotti 100% plant based e quindi non potevo farmi scappare l’occasione di farci una capatina. Una volta dentro (avevo già la salivazione abbondante perché sono una golosa tremenda) ho guardato la vetrina in cui erano esposti dolcetti molto ben curati esteticamente, torte sicuramente buonissime, ma i prezzi erano così inspiegabilmente alti che sono uscita senza acquistare nulla. Mi sarei anche potuta permettere lo sfizio di acquistare qualcosa, per il gusto di assaggiare, ma vorrei spiegarvi perché ho scelto di non farlo.

Prima di scrivere questo articolo ho fatto una sommaria ricerca online per vedere quali sono le stime sulla percentuale di vegani in Italia, un censimento non attendibile, dal momento che molte persone si dichiarano vegan o vegetariane, ma poi occasionalmente consumano prodotti di origine animale. Per me una persona vegana è quella che non mangia mai prodotti di origine animale, non indossa lana, seta, cuoio, pelle, usa cosmetici e prodotti per la casa non testati sugli animali, cerca di abbattere il più possibile la produzione di rifiuti e molti altri comportamenti che fanno del veganismo uno stile di vita, più che una dieta. Dai dati che ho trovato, una media tra i sondaggi attesta intorno al 3,2% la percentuale di vegani, ossia circa 2 milioni di persone.
Questa cifra, a quanto pare in costante aumento, apre un nuovo mercato, i vegani sono diventati uno dei soggetti più interessanti per le aziende e bisogna fare molta attenzione a non farsi attrarre dagli specchietti per le allodole che disseminano qua e là, cavalcando l’onda del greenwashing, pur di fare soldi con il consumatore sprovveduto. Quando si diventa oggetto di interesse per i mercati è proprio il momento di restare centrati sui principi fondanti del movimento e sul messaggio che vogliamo diffondere, perché tutto ciò che il mercato tocca diventa merda, è come un Re Mida al contrario.
Questo è successo anche per i movimenti a sostegno della resistenza Palestinese, che hanno portato alla comparsa sul mercato di oggetti con la bandiera o il tema grafico della keffiah: spille, magliette, orecchini, collane, abiti. È bello avere un oggetto che comunichi al mondo il nostro posizionamento in merito ad alcune questioni che riteniamo importanti, c’è sempre stato chi porta messaggi politici addosso nella vita quotidiana così come nelle manifestazioni. In questo caso sarebbe bene cercare di acquistare solo da chi poi devolve i ricavati per la beneficienza, non è difficile, basta fare qualche ricerca. 
Acquistare una spilla con la bandiera palestinese su Shein sarebbe un abominio, non trovate?

 

Per quanto riguarda la scelta vegan, trovo che i prezzi esorbitanti in alcune rivendite di alimentari, così come anche altri tipi di prodotti, come scarpe o abiti, non facciano bene al movimento di liberazione animale, che dovrebbe rimanere sempre fedele ai propri obiettivi e valori, accessibile a tutti, senza diventare una tendenza alla moda diretta ad una specifica classe sociale. 
Mi piacerebbe avere abiti di cotone puro per praticare, ma se devo pagare 80 euro per un solo paio di pantaloni allora mi tengo la microfibra e cerco di usarla il più a lungo possibile lavandola in quelle buste che trattengono le microplastiche durante i lavaggi. Per molte persone 80 euro non rappresentano una cifra significativa, ma per me sì e quindi, da persona che cerca sempre un’etica nei propri acquisti, scelgo la via più giusta per me e per l’ambiente.

CONCLUSIONI
Nelle rare volte in cui vado a mangiare fuori, scelgo luoghi che abbiano queste caratteristiche: 100% plant based, porzioni abbondanti, semplicità delle preparazioni (tipo cucina casalinga) e accessibile economicamente per tutte le tasche. Sopra ogni altra cosa, mi sono resa conto che le mie preferenze cadono sempre su posti in cui il cuoco è vegan a sua volta. Questo non è un dettaglio secondario, può fare una grande differenza, perché la cura, l’attenzione di chi è immerso ogni giorno in questa dimensione di rispetto verso ogni forma di vita, si trasferisce al cibo che quella persona prepara, è una questione vibrazionale. A Milano c’è qualche posticino del genere e quando lo trovo divento una fedele cliente e ci porto anche gli amici. Questo per me è lo spirito più autentico della ristorazione vegana, perché qualsiasi piatto tu abbia davanti al tuo naso, rappresenta una scelta politica, e quella vegan va contro lo sfruttamento, contro le disuguaglianze sociali, contro l’esclusività. Ecco quanto abbracciare questo percorso di consapevolezza può impattare sulla tua vita, sul tuo modo di vedere il mondo, sul posto che scegli di occupare in esso e sul contributo che vuoi donare. 

Non è qualcosa che riguarda solo me, ma tutti.

Quando gli influencer vegani promuovono prodotti dal costo esorbitante, non stanno facendo un buon servizio al movimento, perché fomentano l’idea (già drammaticamente diffusa) che abbracciare una vita vegan sia per pochi, per chi “se lo può permettere”, come mi sento ripetere da anni, manco fossi Paris Hilton. La scelta vegana è molto più economica di ogni altra, se solo si è disposti ad impegnarsi e a investire del tempo per evitare i prodotti industriali. Molte persone dicono di non avere tempo, ma se solo sostituissimo le ore passate davanti allo smartphone per procurarci delle materie prime di qualità da elaborare in casa, questo non solo andrebbe a favore della nostra salute fisica, ma anche di quella mentale, perché l’autoproduzione porta anche centratura e cura di sé e per me è stata una forma di guarigione.
Per questo dico che tutto ciò che il mercato tocca lo trasforma in merda, perché lo depotenzia, lo tramuta in un prodotto di consumo, togliendo contenuto e lucidando il contenitore. Al mercato non gliene frega niente della salute e del rispetto per gli animali, il mercato è un predatore feroce, sbrana qualsiasi cosa riesca a raggiungere con i suoi artigli, vuole solo mangiare sempre di più e per questo ha affinato le sue abilità seduttive per far credere alle persone di aver disperatamente bisogno di quel prodotto, quando invece esistono altre strade, meno luccicanti ma più fedeli ai principi della cultura vegan, che possono essere percorse, con vantaggio anche per il portafoglio.
 

In un periodo in cui l’inflazione ci sta letteralmente tagliando le gambe, con gli stipendi che rimangono uguali da decenni e il crollo del potere d’acquisto del cittadino medio; alzare così tanto i prezzi solo perché il cibo vegano si è conquistato una nuova fetta di mercato, non è etico e non è sostenibile, allontana le persone anziché incuriosirle a avvicinarle alle ragioni che spingono a proporre prodotti di quel tipo. 
Spero che il fenomeno che sto osservando intorno a me sia solo un “effetto Milano”, città dove ogni cosa deve essere di moda e diventare un bene di lusso e che invece in altre città con minor attaccamento all’estetica ci siano tanti posti dove si possa andare a gustare del buon cibo senza violenza, preparato con amore, a costo sostenibile.