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La guerra degli yogin

2026-03-21 12:51

Lia Courrier

Approfondimenti yoga,

La guerra degli yogin

Una riflessione autocritica sulla modalità con cui lo yoga viene diffuso e cosa possiamo fare per avvicinarci il più possibile agli insegnamenti dei maestri.


Negli ultimi anni, al culmine di una straordinaria diffusione dello yoga in tutto il globo, alcuni praticanti e insegnanti hanno cominciato a diffondere contenuti per riportare l’attenzione sull’originaria natura di questa scienza sacra, spesso mistificata e riadattata "per riduzione" ad uso e consumo della mente occidentale. La visione dell’esistenza proposta dallo yoga, e in generale ogni visione proveniente da oriente, è diametralmente opposta alla nostra e questa affermazione non vuole essere una critica, ma un dato di fatto: per immergersi negli insegnamenti dei maestri bisogna necessariamente "morire a sé stessi", alle proprie convinzioni, ai condizionamenti e agli schemi di pensiero.

Chi richiama l'attenzione su questo punto viene spesso criticato da chi riceve queste opinioni come un attacco personale o un giudizio, dando vita a dibattiti a volte anche particolarmente accesi. 
Il significato di giudizio, in questo caso, andrebbe considerato come discernimento, ovvero la facoltà di formulare un pensiero critico su ciò che si è appreso da fonti autorevoli. 
Quali sono queste fonti? I grandi maestri e i guru di cui abbiamo la fortuna di ricevere documentazione diretta attraverso il lascito letterario sopravvissuto al loro corpo fisico. 
 

Qui siamo di fronte ad una delle tante resistenze della mente occidentale nell’accogliere un sistema come quello dello yoga: riconoscere di aver bisogno di una guida per navigare nell’immenso oceano della scienza yogica. Questo rappresenta un primo, decisivo passo per sgretolare progressivamente l’ego. 
Incontrare i maestri è una benedizione, vanno venerati e ascoltati non come individui, ma per il messaggio divino che hanno incarnato, diventando ispirazione costante attraverso una vita dedita alla ricerca spirituale e alla perpetua immersione nel "mare cosmico".

Chi oggi si presta a essere il "grillo parlante" della comunità yogica, ricordando che questa pratica ha bisogno di permeare ogni istante, pensiero, parola, azione, per poter fiorire, non lo dice per offendere ma piuttosto per difendere. Eppure, queste affermazioni incontrano spesso una riluttanza ad accogliere la complessità, tipica dei nostri giorni in cui si tende ad eludere ciò che richiederebbe uno sforzo eccessivo e prolungato. 

 

“Lo yoga è stare bene”
“Non si può pensare che una persona che ha fatto due settimane di formazione debba diventare un guru, ognuno insegna al livello che ha raggiunto”
“C’è chi si specializza negli asana e chi nella meditazione”
“lo yoga deve essere laico”
Questi sono solo alcuni esempi di ciò che considero fughe dalla responsabilità.

 

Io stessa, quando conclusi la formazione come insegnante di yoga, forte di vent’anni di insegnamento della danza, decisi di mettermi subito a condurre pratiche. A guardarmi oggi, avrei voluto che qualcuno mi avesse detto che non ero affatto pronta. In quell’entusiasmo coraggioso e contagioso, tipico degli inizi, la mia aura era così elettrica che - a dirla tutta - avevo molte più collaborazioni e allievi di quanti ne abbia oggi che mi sento certamente più pronta e competente. 

Sono grata a chi scelse di seguirmi nonostante la mia poca comprensione, perché attraverso quel senso di inadeguatezza ho capito che dovevo studiare ancora di più, approfondire, scegliere un percorso e restare federe a quello. 

La disciplina della danza mi ha abituata alla ricerca dell’eccellenza: puntare a obiettivi alti, a volte impossibili, permette di trasformare il processo stesso in maestro, insegnandoci l’umiltà, la gratitudine e la contentezza (santosha), anche quando il risultato non è quello a cui si anelava. Proprio questa tendenza a non accontentarmi mi ha permesso di vedere la profonda identificazione che nutrivo nei confronti del mio corpo, che avevo scelto come strumento elettivo nella mia "vita precedente".

 

Oggi non credo di essere andata avanti poi tanto, ma almeno ne sono consapevole. 
Quando leggo o ascolto le argomentazioni di chi cerca di riportare attenzione al nettare dello yoga, all’importanza di accoglierlo con la mente e il cuore aperti, nella sua interezza e senza frammentarlo, mi ricordo quanta strada ho ancora da fare e immediatamente sento la fiamma della devozione attizzarsi. 
Chi si occupa di formare gli insegnanti di yoga, credo abbia come dovere etico quello di responsabilizzare maggiormente gli studenti: la ricerca personale non può limitarsi alla pratica di asana, è necessario promuovere la ricerca attraverso una sadhana personale che includa il corollario di tecniche e pratiche offerte dallo yoga, nonché lo studio approfondito e la comprensione dei testi giunti fino a noi, che non hanno solo un valore poetico, ma sono strumenti da incarnare nella quotidianità fino a diventare tutt’uno con la vita stessa.  È necessario venga compresa l’importanza di osservare le proprie reazioni, i propri pensieri, riconoscere le emozioni che emergono e applicare una certa intransigenza nel seguire il Dharma.
Al punto in cui siamo arrivati oggi, molti programmi di formazione per insegnanti andrebbero ripensati nell’ottica di formare guide consapevoli e non istruttori di ginnastica; così come chi conduce questi percorsi dovrebbe essere qualcun che ha fatti dello yoga il proprio maestro.

Criticare chi cerca di riportare autenticità nella diffusione dello yoga, mostrare repulsione o tacciarli di essere "poco yogici" perché giudicanti, è una risposta che parla più di noi che di loro. Dovremmo chiederci come mai ci sentiamo così infastiditi: se queste reazioni siano motivate da un'effettiva conoscenza o se, invece, ci sentiamo toccati perché percepiamo una verità nelle loro parole, di cui però non vogliamo ancora assumerci la responsabilità.