Storie che si incrociano
Durante gli anni della pandemia ho seguito un’insegnante di yoga che propone delle pratiche molto creative e incredibilmente precise dal punto di vista anatomico. Dopo aver acquistato, e seguito, le sue pratiche online, nel giro di poco tempo ho cominciato a sentire il mio corpo diventare più forte e prestante, proprio io che sono un orsetto. Grazie al suo approccio ho cominciato anche a prendere coraggio nello spingermi verso asana che non avevo mai inserito nelle mie pratiche personali.
Intorno a lei vive una comunità di praticanti atleticamente prestanti, estremamente reattiva alle proposte della sequenza di turno, solitamente funzionale ad un asana picco. Ogni posa, sotto il suo sguardo attento, viene smembrata, suddivisa in ogni singolo segmento, per preparare il corpo senza lasciare nulla al caso.
Ho tratto grande giovamento da queste pratiche e se riguardo i brevi video e le foto che ho di quel periodo, mi rendo conto di quanta energia e dedizione avessi dedicato a quel tipo di ricerca.
Questo incontro era avvenuto in un periodo particolare, pieno di preoccupazioni e tanto tempo libero, così quel tipo di pratica mi permetteva di sfogare l’energia in eccesso che non riuscivo a dissipare nel consueto modo: lavorando, stando all’aria aperta, inseguendo gli impegni della giornata.
Ad un certo punto, però, dopo un periodo a lavorare su inarcamenti sempre più profondi, il mio corpo ha reagito a quel training così estremo e così la mia schiena si è completamente bloccata. Questo è il risultato di un processo che conosco molto bene e che nella mia storia personale rappresenta una inconsapevole coazione a ripetere: qualcosa mi interessa e mi ci butto a capofitto, facendomi prendere da una brama che non conosce sazietà, fino a che poi il corpo fisico non compie la sua scelta, obbligandomi a fermarmi. A volte succede con il dolore, con l’infiammazione, altre cadendo per strada o con la febbre.
Spesso accade quando entro in competizione con me stessa, il motivo principale per cui tempo fa, dopo qualche anno di frequentazione, ho deciso di lasciar perdere l’Ashtanga Vinyasa. Molte persone praticano gioiosamente ashtanga senza inseguire obiettivi o farsi menate prestazionali, io non sono tra quelle. La mia strategia di vita corrisponde spesso a una corsa verso un ideale di perfezione: più è irraggiungibile e più mi attrae. L’ashtanga vinyasa è un sistema, un sillabario, molto simile al codice del balletto, parte indissolubile della mia “prima” vita, con obiettivi dichiarati riguardo alle forme da raggiungere e nessuna deroga.
Quando nell’Ashtanga Vinyasa si utilizzano i props per aiutare, spesso l’indicazione è “per il momento puoi usare i mattoncini”, come a suggerire un ipotetico futuro in cui dovrai disfarti dei supporti per riuscire ad eseguire la posizione così come è illustrata nella chart. È possibile anche che sia io ad aver avuto questa percezione, intrappolata nei miei samskara, prigioniera di questa chimera della perfezione, fatto sta che questo sistema risveglia in me il demone di quella brama, quella sfida verso me stessa che mi allontana dallo yoga inteso come stato e non come pratica.
Non va bene per me, per la mia costituzione psico fisica.
Riconoscere i propri schemi mentali è il primo grande passo
Tornando alla mia schiena, non mi ero resa conto che nelle pratiche di questa insegnante c’era quella stessa energia, che mi stavo sfinendo per cercare di adeguarmi alle sue richieste, eccessive per il mio corpo.
Oggi la questione dello yoga come cammino di realizzazione e non come prestazione atletica è molto presente, o forse (ancora) è la mia percezione a riguardo che è cambiata, perché nel frattempo ci sono stati incontri importanti per me e per la mia comprensione di cosa sia lo yoga e oggi, avendo trovato un sentiero da seguire, sono meno sensibile ad alcuni contenuti piuttosto che altri.
Sono stata un anno in ballo con la colonna vertebrale dolorante, senza poter riposare bene, lavorare, sempre sotto alle mani di osteopati, alla ricerca di sollievo. Persino infilarmi i pantaloni era difficile perché non riuscivo a sollevare il ginocchio senza sentire una stilettata al basso schiena.
Per fortuna il corpo è incredibilmente reattivo e intelligente e, contrariamente alle mie più infauste previsioni, l’infiammazione è lentamente retrocessa fino a sparire del tutto e oggi posso nuovamente godermi i miei amati inarcamenti senza dolore.
Questo è stato possibile anche a seguito di un cambiamento interiore, di un moto di amore e gratitudine nei confronti questo corpo che tanto ha sopportato. La conseguenza è stato un nuovo modo di vivere la mia pratica personale e anche quello in cui trasmetto la mia esperienza a chi partecipa alle mie lezioni. Gli orsetti di lunga data hanno potuto fare esperienza di questo cambiamento di prospettiva sul proprio corpo, pratica dopo pratica.
Il fatto
Proprio in questi giorni mi è capitato di vedere un contenuto di questa bravissima insegnante, sui suoi social, in cui racconta il suo percorso con il dolore alle articolazioni coxo-femorali, per un periodo di quasi un anno, provando ogni rimedio possibile senza alcun risultato. La diagnosi è una forte usura dei dispositivi intra articolari, una patologia degenerativa, dal momento che si tratta di tessuti che non si riparano da soli. La prospettiva per lei è quindi una doppia sostituzione protesica all’anca, che non è uno scherzo, data anche la giovane età.
Questa notizia mi ha toccata nel profondo, perché la dedizione di questa donna alla sua missione è sempre stata totale, ogni giorno ha cercato nuove strade per spingersi sempre più a fondo dentro alle posizioni, padroneggiandone alcune che io classificherei come “mission impossible”. Posso solo immaginare il suo stato d’animo in questo momento, con una grande prova davanti, mesi di convalescenza e l’incognita di riprendere confidenza con un corpo che non è più lo stesso di prima, quello che riusciva a controllare con precisione millimetrica.
La sua storia è forse il più importante insegnamento che lei possa mai aver dato, per chi l’ha seguita e ha sentito quanto intenso sia il suo allenamento, quanta sfida. Personalmente, quell’anno con la schiena bloccata mi ha fatto capire l’importanza di applicare Ahimsa anche nella pratica di asana, quanto inutile sia rincorrere le forme in quanto tali, quanto sia dannoso forzare il corpo oltre i propri limiti solo per sete di conquista. Si tratta di una ricerca che rischia di nutrire il proprio ego, e la riprova è il fatto che quando si è immersi in questa modalità, anche dopo aver conquistato la vetta di una posizione che magari stavamo inseguendo da anni, appena giunti lassù sentiamo immediatamente emergere il desiderio di un nuovo obiettivo, ancora più estremo.
Tutto ciò non ha molto a che fare con lo yoga.
Tutto accade per un motivo
Le notizie che questa insegnante ha dovuto comunicare a tutti, poiché si è vista costretta ad annullare diversi eventi in programma, mi tocca profondamente perché anche io nella pratica della danza come dello yoga sono sempre stata molto aggressiva nei confronti del mio corpo, mi riconosco in lei e nelle sue strategie, anche se ho avuto la fortuna (e forse l’intelligenza) di cambiare rotta giusto in tempo, nonostante anche io porti nel corpo i segni di quegli eccessi reiterati per anni.
È del tutto naturale che un praticante di discipline corporee vada incontro a usura articolare, ma qui credo siamo di fronte ad un classico caso in cui il corpo manifesta dei segnali che non vengono ascoltati, siamo davanti alla rimozione del problema, un meccanismo che vedo in atto tante volte, su di me e anche sugli altri.
Gli infortuni e le infiammazioni croniche sono molto più frequenti di quanto si possa pensare tra i praticanti di Yoga e quando si diventa ricercati per un particolare tipo di proposta, come lei lo è per la sua ricerca di estrema prestanza fisica e atletismo, verticalismo, contorsionismo, è facile sentirsi ingabbiati nell’esigenza di rispondere alle aspettative del pubblico a cui ti rivolgi, credo sia accaduto questo: non ha avuto la forza di sottrarsi a ciò che in anni di duro lavoro aveva costruito.
Si tratta di scelte e lei ha preferito non ascoltare il suo corpo, consapevolmente o meno.
Siamo tutti in costante e continuo cambiamento e la pratica dovrebbe cambiare insieme a noi, seguendo le stagioni dell’anno ma anche quelle della vita. In ogni istante le forme in natura si manifestano e si dissolvono e così anche nel nostro corpo, che è lo specchio della geometria sacra della natura, è lo Yantra che contempliamo durante la pratica di asana. Bisogna uscire una volta per tutte da questa comprensione errata che la conquista di un asana equivalga ad un avanzamento nel sentiero dello Yoga, ridefinire il concetto stesso di “avanzato” quando si parla di Yoga.
Quello di cui abbiamo bisogno è un corpo sano e reattivo, per poter sedere in meditazione, per lasciare che la dedizione e la devozione inneschino processi di cambiamento nel sistema dei nostri samskara, sostituiendo alle nostre abitudini inconsapevoli altre più sane e consapevoli.
Anatomia variabile, questa maestra.
Esistono persone che presentano nel corpo una innata mobilità e iper flessibilità, per loro fare alcune posizioni sarà facile e naturale, ma se il nostro corpo non possiede queste caratteristiche, è impensabile che con l’esercizio si possa arrivare a cambiare la genetica di un corpo. Conoscere l’anatomia variabile e l’impatto che questa ha sulla nostra possibilità o meno di compiere alcuni movimenti, è vitale per qualsiasi praticante, ma soprattutto per chi insegna.
Possiamo ottenere dei risultati con un duro esercizio e costante sollecitazione, certamente, ma a quale prezzo, se sul breve termine è sviluppare dolore cronico e sul lungo termine ci attende è la chirurgia? Possiamo guardare le foto di quando riuscivamo a mettere il piede dietro alla testa dopo aver forzato l’articolazione femorale per anni, ma non sarebbe stato meglio praticare con attitudine conservativa, assicurandoci un’età matura con la possibilità di muoverci con naturalezza?
Dopo tante lezioni che il Karma ha messo sul mio cammino, adesso l’ho capito.
Gli asana non hanno più su di me lo stesso fascino irresistibile di prima.
Mi piace ancora giocare, divertirmi sul tappetino, ogni tanto spingermi un po’ più in là, ma con uno spirito leggero, senza brama, senza struggimento. L'attitudine a non aspettarsi nulla, non provare attaccamento nei confronti dei risultati, non sono più solo belle frasi per me (per poi ficcarmi a forza nella forma), ma uno stato profondo, nel campo del cuore, che inevitabilmente con il passare del tempo si sta irradiando in ogni aspetto della mia esistenza.
Questa, per il mio schema psichico, è già una potente forma di liberazione in vita: quella dal voler sempre ricevere qualcosa in cambio dell’impegno.
Auguro all'insegnante di yoga che ha ispirato questa riflessione, che l’intervento vada bene, la riabilitazione sia efficace e che possa tornare a praticare presto, adattandosi alla nuova condizione. Questo concetto non deve essere inteso come accontentarsi del peggio, rassegnarsi ad una versione diminuita di sé stessa, ma abbracciare il nuovo contesto, integrarlo, utilizzando propriamente la scienza sacra dello yoga: osservare il sé.

