La mia esperienza con l’etichetta
L’etichetta “vegana” non mi rappresenta, non è pienamente coerente con ciò che sono e con ciò che penso.
Negli scorsi anni la filosofia animalista ha conosciuto una notevole spinta in avanti e, come sempre accade, la larga diffusione degli ideali alla base della lotta per la liberazione animale ne ha in parte appiattito il senso, riducendoli a teorema e facendone perdere profondità e sfaccettature.
Trovo la visione di una parte della comunità vegan miopе rispetto a certi aspetti dell'esistenza. Ben venga chiunque abbia a cuore qualcuno che non sia sé stesso, sia chiaro; tuttavia l'unilateralità dello sguardo, l’assenza di critica verso la fazione che si è scelto di sostenere e la mancanza di contatto o mediazione con chi la pensa diversamente non conducono mai a una reale consapevolezza del quadro d'insieme, oggi più che mai necessaria per comprendere gli attori che operano si questa scena terrena, soggetta a trasformazioni grandi, sempre più rapide ed evidenti.
Forse il concetto di antispecismo è quello che più mi appartiene.
Confrontandomi con chi fa parte del movimento di liberazione animale, mi rendo conto che le mie opinioni risultano spesso impopolari, quasi quanto tra chi ha una visione antropocentrica dell’esistenza. Insomma, come spesso accade non so dove collocarmi: devono ancora inventare un casellario in cui ci sia un fascicolo adatto a contenermi. Se fossi un colore penso sarei uno di quelli che nessuno usa perché difficili da abbinare. Un colore “impegnativo” espressione che si usa per non dire - francamente - che fa cacare.
Fattoni
Fatto uno: abbracciare un'alimentazione a base vegetale non significa essere vegani.
La scelta vegan abbraccia ogni sfera del consumo quotidiano e riguarda abiti, cosmetici, prodotti per l’igiene, per la pulizia della casa e molto altro.
Fatto due: ci sono diverse motivazioni per abbracciare un'alimentazione a base vegetale. Voglio dire, il buon vecchio Adolf, il Fuhrer, proprio lui, era vegetariano perché soffriva di disturbi gastrici ( e possiamo immaginare anche il perché, ma questa è un'altra storia) ma certo non aveva fatto questa scelta per amore degli animali "da profitto”: il suo medico gli aveva prescritto una dieta per mantenere sotto controllo i sintomi.
Sposare la causa animalista, sentire un profondo amore per gli animali, porta spesso a eliminare con naturalezza dalla propria vita tutti quei prodotti che causano sofferenza a creature senzienti rinchiuse nei lager della filiera produttiva animale e dei suoi derivati. Quando la scelta nasce da una necessità interiore autentica, tornare indietro diventa quasi impossibile. Chi lo fa, forse, non era davvero convinto, oppure la motivazione non affondava le radici in ragioni profonde. Molte persone si definiscono vegetariane, ad esempio, ma poi "ogni tanto" mangiano carne, mangiano pesce o addirittura - storie di vita vissuta- gestiscono un allevamento di animali da compagnia.
Da queste premesse può svilupparsi un ragionamento più ampio sul ruolo che l'essere umano si è ritagliato sulla Terra.
È mia convinzione che l’origine del nostro delirio di onnipotenza nei confronti del pianeta e dei suoi abitanti, non risalga al periodo in cui eravamo cacciatori nomadi, bensì al momento in cui abbiamo iniziato a coltivare, tentando di addomesticare la natura a nostro vantaggio, in termini di profitto.
Ancora oggi siamo certi di averla in pugno, anche se non manca mai l’occasione per ricordarci quanto siamo piccoli e insignificanti, scatenando gli elementi e mostrandoci tutta la sua potenza.
Uomo e natura
Ecco la mia prima dichiarazione impopolare: il cacciatore nomade è stato, nel suo contesto, quanto di più eco sostenibile sia esistito. Gli strumenti e le armi disponibile rendevano la lotta tra predatore e preda simile a quella di qualsiasi altro animale carnivoro. Gli esseri umani dovevano organizzarsi in gruppi, elaborare strategie, rischiare la propria pelle per procacciarsi il cibo. Una buona parte della dieta, difatti, restava frugivora, coerente con il nostro apparato digerente, che non nasce come quello di un carnivoro e neanche onnivoro. Inoltre, quando la fauna locale iniziava a diminuire, il gruppo si spostava, concedendo al territorio il tempo per ripopolarsi.
In questo senso l’essere umano cacciatore nomade viveva in equilibrio con la natura, adattandosi al territorio anziché modificarlo. Dell’animale cacciato veniva utilizzato tutto, come accade ancora oggi in alcune popolazioni che vivono in contesti estremi, dove ogni risorsa è preziosa e nulla va sprecato.
Il cacciatore nomade viaggiava, non accumulava, non costruiva in modo permanente, non trasformava il paesaggio. L’animale ucciso veniva onorato e non si cacciava più di quanto fosse necessario al sostentamento della comunità.
Con l’avvento dell’agricoltura si apre una strada diversa.
Le tribù diventano stanziali, sviluppano tecniche per ottenere un raccolto sempre più abbondante e il passo verso la monocoltura intensiva si rivela, col tempo, meno lungo di quanto si creda. Una pratica che impoverisce la terra, la rende sterile e che produce cibo senza vitalità.
Altra dichiarazione impopolare: le monocolture intensive fanno alle piante la stessa cosa che gli allevamenti intensivi fanno agli animali. Non sono modelli sostenibili e neanche etici.
Siamo soliti pensare che le piante non hanno sistema nervoso, che non soffrono e non provano dolore, ma è possibile che questa convinzione derivi dal fatto che leggiamo il mondo attraverso la nostra scala percettiva? È noto che le piante comunicano, instaurano relazioni e praticano forme di mutuo aiuto. Sono esseri viventi, parte di quello stesso principio che ha permesso anche a noi di essere qui. Gli alberi, ad esempio, comunicano attraverso le radici, un dialogo silenzioso e invisibile che rivela una complessità spesso ignorata, se non negata.
Non parliamo poi dei funghi, senza i quali gli ecosistemi terrestri non avrebbero mai potuto sviluppare una simile capacità di autorigenerazione.
È evidente che, in quanto animali, proviamo maggiore empatia verso creature a noi più simili, dotate di occhi, capaci di esprimere le proprie emozioni attraverso comportamenti e vocalizzi. Ne è prova l’indifferenza con cui vengono trattati i pesci: “sono vegetariana ma mangio il pesce” è una frase fin troppo comune, forse motivata dal fatto che si tratta di un animale che vive in un altro elemento, non emette suoni percepibili e non ha un mantello da accarezzare. Ancora uno considerazione è riservata agli insetti, verso i quali non mostriamo pietà né quando entrano nelle nostre case né quando si tratta di friggerli in padella.
Se vogliamo parlare proprio di etica, allora, dovremmo provare ad applicarla a tutte le creature perché sempre di esseri viventi si tratta. Nel mondo dei nomi e delle forme esiste la necessità di nutrirsi e, a meno di riuscire a sostenersi esclusivamente di Prana, questo implica inevitabilmente la morte di qualcun altro.
La questione, allora, è: Chi? Come?
Rispetto per gli esseri viventi
La questione etica, per me, non riguarda tanto mangiare carne o verdure e legumi, quanto le modalità con cui questi alimenti vengono prodotti.
Personalmente credo di essere nata vegana. Ricordo molto bene i conati di vomito che avevo ogni volta che mi veniva imposto di mangiare carne. Per questo preferivo consumarla solo in forma processata, come insaccati o polpette: non dovevo vederla cruda, perché altrimenti non riuscivo nemmeno a portarla in bocca. Eliminare i prodotti animali dalla mia dieta è stata la più naturale del mondo, non appena ho raggiunto l’età per poter decidere autonomamente.
Comprendo perfettamente quanto il cibo sia associato anche alla socialità, alla storia familiare e alla cultura di ciascuno, ma credo sinceramente che la filiera produttiva animale e dei suoi derivati rappresenti un tale insulto all’energia vitale che chiunque dovrebbe rifiutarsi di sostenerla con le proprie scelte di consumo. Quando mi viene risposto: “io sono libero di mangiare quello che voglio”, ho l’impressione che in quel momento si stia rinnegando la nostra appartenenza alla Natura, che non ci chiede di morire di fame, ma di rispettare la vita, di prendere solo ciò che serve, di non uccidere invano.
I grandi predatori non hanno vita facile: non uccidono ogni giorno, e quando riescono nei loro assalti letali, utilizzano della preda ciò che possono. Il resto diventa nutrimento per molti altri animali, fino agli insetti, e alla di quella carcassa, alla fine, non resta nulla.
È inutile dilungarsi sugli sprechi che caratterizzano la filiera industriale, sull’assurdità di far nascere delle vite attraverso pratiche di riproduzione forzata per poi strapparle dalle madri e ucciderle molto prima della normale aspettativa di vita che quegli animali avrebbero.
Sono notizie ormai alla portata di tutti, accessibili e pubbliche, chi non sa è solo perché non vuole sapere.
Nei santuari per animali, luoghi in cui la vita è considerata sacra e gli animali sono liberi di esistere fino alla morte naturale, i veterinari iniziano persino a sviluppare cure che non erano mai state formulate prima, semplicemente perché negli allevamenti i capi vengono abbattuti troppo presto. Allo stesso tempo i comportamentalisti possono osservare gli animali nella loro età adulta, nella cura della prole, nello sviluppo di relazioni anche interspecie.
Rifiutare questo processo attraverso cui un microscopico frammento di quegli animali arriva nel piatto del consumatore finale, è quasi un dovere per qualsiasi essere che possa definirsi ancora umano. Per me è stato facile eliminare il problema alla base, ma per chi proprio non riuscisse a vivere senza nutrirsi di carne, ci sono tantissime alternative per una scelta certamente meno violenta.
Oppure si può sempre scegliere di armarsi di arco e frecce e andare a procacciarsi il cibo da soli. Sono certa che se non ci fosse un altro modo per mangiare carne, molte persone sceglierebbero la dieta vegetale, perché siamo talmente distanti dalla morte, ci fa talmente paura che non so quanti di noi, che viviamo in città e che siamo i mandanti di queste carneficine, avrebbero il coraggio di uccidere un agnellino di poche settimane.
Allo stesso modo dovremmo sviluppare una coscienza etica nei confronti delle piante e dei vegetali, che meritano ugualmente rispetto.
Il grande padre della permacultura applicata all’agricoltura, Fukuoka Masanobu, ha mostrato come una coltura sa in grado di autoregolarsi sotto molteplici punti di vista, armonizzando i diversi organici che la abitano per mantenere la terra fertile, l’umidità, contenere i parassiti e produrre in abbondanza. Tutto questo si fonda sul principio “del non fare”: lasciare alla natura lo spazio per agire secondo la sua naturale tendenza all’equilibrio, seguendo quelle stesse leggi che regolamentano l’universo e la danza dei pianeti nel cosmo.
L’esperienza del filosofo
Per Fukuoka Masanobu l’obiettivo dell’agricoltura non è la produzione in sé, ma la coltivazione e il perfezionamento dell’essere umano. Questo, per me, è il nucleo centrale della riflessione: come ci poniamo noi rispetto al bisogno di nutrirci, da un lato, e al rispetto della vita, della nostra stessa vita, non solo in termini fisici ma anche animici, dall’altro?
Nella visione scientifica e poetica di questo agronomo e filosofo giapponese è proprio in questa relazione che dobbiamo andare a scavare, per ritrovare noi stessi e ricordarci che siamo un filo minuscolo nel tessuto più grande del Cosmo.
Nella sua pratica non sono necessari diserbanti, concimi, pesticidi o prodotti chimici: la terra ha già in sé tutto ciò che serve, dalla struttura alla microfauna.
Un campo sfruttato attraverso la monocoltura intensiva può impiegare anni prima di recuperare la sua vitalità originaria e produrre senza chimica.
Oggi siamo portati a cercare sempre il prezzo più basso, ma quando un prodotto costa poco è probabile che la qualità sia bassa, oppure che non siano stati rispettati né l’etica del lavoro né quella ambientale.
Essere antispecisti, per me, significa includere anche il benessere della terra e delle piante, preferendo i prodotti che più si avvicinino il più possibile a una scala di valori condivisibile: basso chilometraggio, prezzo equo anche per il produttore, minor impiego possibile di pesticidi e sostanze nocive, a tutela sia della salute umana sia di quella del suolo.
Individuare produttori locali nei mercati cittadini è la strada più percorribile per chi vive in città. Per chi invece dispone un pezzo di terra, l’autoproduzione è la scelta migliore, a patto di alternare le colture e rinunciare all’uso della chimica.
L’antispecismo, per me, non è un’etichetta né una bandiera da sventolare, ma un cambio radicale di sguardo: il rifiuto di ogni gerarchia che attribuisca valore a una vita più che a un’altra. È il tentativo, imperfetto ma necessario, di uscire dal centro e riconoscerci come una specie tra le specie, parte di una rete complessa di relazioni, dipendenze e limiti. Essere antispecisti significa assumersi la responsabilità delle proprie scelte, accettare che nutrirsi è un atto etico prima ancora che biologico, e interrogarsi costantemente su come stare al mondo senza pretendere di dominarlo. Non si tratta di essere puri, coerenti o impeccabili, ma di restare vigili, di non smettere di farsi domande, di provare a vivere lasciando dietro di sé meno violenza possibile. In questo spazio di consapevolezza, fragile e scomodo, io trovo finalmente il mio posto.

