La scienza dello yoga enuncia senza indugio che l’identificazione con il proprio ego è una delle peggiori afflizioni e principale causa della miserevole condizione umana. Ci identifichiamo con il nostro corpo, con i nostri pensieri, con ciò che crediamo di conoscere e che ammantiamo di un’aura di verità assoluta.
A tutto ciò che galleggia sulla superficie della coscienza, e che fa parte di questo apparato psichico che chiamiamo “ego”, bisogna aggiungere i condizionamenti che dimorano nelle profondità di subconscio e inconscio, ossia la parte sommersa di un enorme iceberg pieno di contenuti che condizionano il nostro agire, incastrandoci in una coazione a ripetere di cui raramente siamo consapevoli.
Gli strumenti che lo yoga ci ha consegnato, trasmessi attraverso lignaggi di Maestri illuminati, che hanno compiuto il proprio cammino di realizzazione, ci permettono di osservare noi stessi, di essere presenti alle reazioni in risposta agli eventi che riguardano il mondo dei nomi e delle forme. Quando riusciamo a sederci nella postazione dell’osservatore neutrale, possiamo renderci facilmente conto di quante volte reagiamo guidati da questi percorsi psichici, senza essere davvero presenti nell’osservare quel campo che chiamiamo “qui ed ora”.
L’eccessivo identificarsi con la propria storia (personale, familiare o di popolo) è ciò che porta ognuno di noi a guardare il mondo attraverso la propria esperienza umana, pensando che sia l’unica possibile. Quando ci troviamo a fronteggiare qualcuno che porta con sé la propria verità, storia e biologia, l’identificazione diventa una lente oscurante che ci impedisce di metterci nei panni dell’altro, creando forti attriti interni ed esterni.
Fino a che non riusciremo a vedere quanto la nostra visione sia viziata dai condizionamenti, limitata dalla qualità delle nostre esperienze e da come queste sono state memorizzate nelle cellule e nei campi sottili, ci sarà impossibile intrattenere delle relazioni risolte e adulte con gli altri esseri umani e anche con ogni altra creatura.
La mente antropocentrica è la base su cui abbiamo fondato l’azione umana sul mondo, una mente che vede l’essere umano in cima ad ogni possibile piramide, mentre tutte le altre creature vengono percepite come esseri inferiori, qui solo per servire l’uomo. Non esiste al mondo una società abbastanza illuminata da adottare una visione autenticamente antispecista, in cui tutte le creature (animali, vegetali e minerali) vengono percepite come ugualmente meritevoli del medesimo diritto di esistere, liberi e felici, in grado di realizzare il proprio progetto originario.
Nel corso del tempo, da quando i nostri antenati hanno cominciato a coltivare la terra, cercando di “addomesticarla” a proprio vantaggio, l’azione della nostra specie ha progressivamente cambiato il volto del pianeta, consumando sempre più risorse, appropriandosi sempre più di territori, fino allo scempio che abbiamo davanti agli occhi oggi: un mondo in cui si è totalmente perso il senso di appartenenza con la grande Madre Divina, che in ogni istante ci crea amorevolmente. La violenza con cui agiamo sulla natura è stata normalizzata, ci si appella persino ai testi sacri, come nel caso di alcuni passaggi in cui, nella Bibbia, è scritto che gli esseri umani avranno il dominio sulla terra e sugli animali, ma il significato in quei versi non è che gli animali sono i nostri servi, semmai indica all’uomo la grande responsabilità di prendersi cura della Creazione Divina, di custodirla responsabilmente proteggendola, rispettandola in ogni manifestazione della moltitudine.
Siamo così identificati nel ruolo di specie dominante da aver dimenticato chi siamo veramente, cadendo nella trappola del piccolo ego che da millenni di storia dell’umanità ci fa credere di avere più diritto degli altri di esistere e decidere della vita e della morte delle altre creature.
Gandhi diceva che il grado di civiltà di un popolo si misura dal modo in cui tratta gli animali, e personalmente credo ci sia una grande verità in questa affermazione.
La mente colonialista è un’altra faccia di questa identificazione, una grande ferita dell’Occidente, che da sempre si sente al centro del mondo e considera tutti gli altri come personaggi satelliti del grande dramma umano, in cui si è ritagliato il ruolo da protagonista.
Pensiamo per un momento al linguaggio che utilizziamo quotidianamente, ormai senza neanche rendercene conto, come ad esempio l’espressione “Medio Oriente”.
Medio rispetto a cosa? Ovviamente rispetto alla centralità dell’Occidente.
La vecchia Europa ha sulla coscienza una lunga storia di imprese coloniali con cui ha sottomesso e indottrinato popoli con la scusa di portare la “civiltà” in mezzo ai barbari. Così molte pacifiche popolazioni che vivevano in una condizione di totale compenetrazione con la natura, sono state falciate via o sottomesse, così come la loro storia, la cultura, la spiritualità e gli antichi saperi.
Chiamiamo “paesi in via di sviluppo” popolazioni che semplicemente non hanno manifestato interesse ad abbracciare le strategie di sviluppo capitalista, così come “paesi poveri” luoghi del mondo che in realtà non sono poveri per niente, ma anzi, hanno abbondanti risorse idriche e geologiche che ci fanno gola e delle quali proviamo costantemente ad appropriarci con ogni mezzo e scusa possibile.
Vogliamo imporre al mondo l’idea che lo stato di avanzamento di una civiltà si misura dal grado di produttività e dalla ricchezza materiale: un vecchio adagio che si è rivelato un modello di sviluppo fallimentare e pieno di criticità, in cui però crediamo a tal punto da considerare arretrato chiunque voglia agire in modo diverso.
Se tutte le popolazioni del mondo avessero attuato le stesse, drammatiche trasformazioni dell’ambiente che abbiamo fatto noi in queste latitudini, ad oggi non ci sarebbe più neanche acqua da bere, aria da respirare, terra da coltivare.
Fino a che non riconosceremo questo meccanismo dentro di noi, nelle nostre azioni quotidiane, nelle nostre vite in cui magari ci sentiamo anche delle “brave persone”, non potremo mai guarire da questa forma di cecità.
Nella lettura di Paramahansa Yogananda della Bhagavad Gita, il Re cieco Dhritarashtra rappresenta la cecità della mente umana, così attaccata ai desideri materiali e alle tendenze egoistiche. La sua sposa Gandahari, che gli è devota e solidale, sceglie di bendarsi per sempre gli occhi, per vivere accanto al suo sposo nella sua stessa condizione, fisica e spirituale.
I cento figli di Dhritarashtra, i Kaurava, simboleggiano in questa storia le innumerevoli tendenze mentali e sensoriali che fronteggiano lo spaurito esercito delle qualità pure e disciplinate, rappresentate dai Pandava, cugini virtuosi dei Kaurava.
Per poter conoscere le sorti della grande battaglia di cui i suoi figli rappresentano uno dei due eserciti, il Re cieco chiede aiuto a Sanjaya. Egli ha la capacità di trasportarsi su un piano interiore e spirituale e può osservare anche ciò che non è direttamente davanti ai suoi occhi fisici. Questa è una delle Siddhi che il praticante di yoga può ottenere attraverso la pratica.
È così che Sanjaya racconta al suo Re cosa accade sul campo di battaglia, compreso il sublime dialogo tra Arjuna e Krishna, il succo più dolce di tutto il Mahabharata, riportato parola per parola.
Ahimé, però, la cecità di Dhritarashtra non è solo fisica ma anche spirituale e così, nonostante ascolti le parole piene di luce di Krishna, non riesce a comprenderne gli insegnamenti.
L’umanità è come Dhritarashtra, afflitta dalla stessa forma di cecità.
La buona notizia è che questa ignoranza si può curare e la scienza dello yoga ci dona tecniche e pratiche per dissolvere questo velo che si è inesorabilmente posato sui nostri occhi, da così tanto tempo da esserci dimenticati cosa voglia dire guardare direttamente la luce.
Piano piano, goccia a goccia, respiro dopo respiro possiamo dissolvere l’oscurità e tornare a vedere davvero, riconoscendo l’altro come parte di noi, ricordando che siamo tutti figli della stessa Madre Divina, fili intrecciati nella trama e nell’ordito della Grande Opera della Creazione.
Quando cominciamo ad accedere a questo tipo di presenza, sarà possibile accogliere l’altro senza sentire il bisogno di cambiarlo, ascoltare la sua esperienza senza giudicarla o senza pensare che abbia meno valore della nostra. Ritrovare il piacere di dialogare anche con chi la pensa diversamente da noi senza necessariamente arrivare allo scontro o all’incontro, arricchendosi dei più disparati punti di vista da cui osservare il mondo, è l’inizio di un cambiamento così necessario oggi, al punto in cui siamo arrivati, per ripristinare i valori della collaborazione e del mutuo sostegno.
Lo Yoga non è una religione da seguire, ma una scienza esatta e precisa, che ci chiede di prendere in carico la nostra propria vita per farne un percorso di crescita spirituale, con la consapevolezza che non lo stiamo facendo per un nostro tornaconto personale ma per spingere il campo collettivo verso questo avanzamento di coscienza di cui tanto si parla ma che non pò essere compiuto da altri che non da noi stessi. La scienza dello Yoga ci aiuta a purificare la nostra mente, a vederla per quello che è e usare la mente stessa come leva per trascendere questo livello.
Si tratta di obiettivi molto alti, proprio per questo nella visione yogica si concepisce l’idea che ogni anima abbia a disposizione tante incarnazioni per poter compiere questo percorso di realizzazione. Ma per iniziarlo è necessario fare un primo, decisivo passo adesso, proprio oggi, senza procrastinare oltre.

